Nov 28

Etica e difesa delle donne

09-occhi1-iÈ di pochi giorni fa la morte di un’altra donna che aveva deciso di essere libera. È di ieri il suicidio di una giovane donna perseguitata da una moralità criminale per aver avuto un rapporto sessuale.

L’elenco si accresce di vittime innocenti e l’inerzia della prevenzione presenta il suo volto peggiore. Se la Magistratura pensa di moralizzare la vita sociale del Paese con il suo piccolo esercito dissolvente di magistrati, il fallimento è assicurato. Un effetto moltiplicatore del “Sistema Ingiustizia”. Se si pensa di difendere la vita e la serenità delle donne trucidate e torturate da irriducibili persecutori con le donne che siedono nelle istituzioni, l’orrore dei delitti per mano dell’oppressore civilizzato si moltiplicherà senza requie. Un soggiorno su questa terra di milioni di anni, lungo tutto il suo cammino non conduce l’uomo lontano dalla disperazione, perché la regressione e la progressione hanno la stessa origine e la stessa fine. La prima conduce all’impotenza e la seconda alla irragionevolezza. La storia della civiltà dimostra la mancanza di senso. L’estinzione di una cultura ad opera di un’altra cultura, la distruzione dell’uomo ad opera dell’uomo. Le civiltà si distruggono le une con le altre senza possibilità di coesistenza, tanto sul piano collettivo che su quello individuale. L’uomo percorre senza sosta il cammino che va dall’impotenza di fronte a ciò che vede all’irragionevolezza da cui è nato. È il regno della contraddizione e dell’inquietante estraneità di cui parla Freud nei Saggi di psicoanalisi applicata: “Il fascino che esercitano su di noi certi costumi, apparentemente assai lontani dai nostri, il sentimento di estraneità che essi ci suscitano non tengono forse conto che questi costumi sono assai più vicini di quanto sembri alle nostre usanze, di cui essi ci presentano una immagine enigmatica, che richiede di essere descritta?”.

La fobia dell’uguale domina l’agire con parole ed azioni, mentre tutto è diverso, una singolare negligenza dell’aspetto concreto delle cose, ma la linea che separa le diversità in effetti è un cerchio. L’identità finisce per avere il sopravvento e con essa la confusione che riduce ogni differenza. Convivono due modi di intendere il tempo: quello ciclico e quello lineare, vale a dire o ripetizioni o avvenimenti conclusi in se stessi. La maggioranza di un gruppo vive il presente e non si accorge di quali siano i significati della sua cultura, proprio perché li vive, li agisce e se ne lascia agire in forma ovvia, quasi del tutto inconsapevole, senza riuscire quindi a coglierne il messaggio nascosto ma essenziale.

Come sostiene Levi-Strauss “l’ambizione dell’etnografo è quella cioè di risalire sempre alle origini” e ancora “qualsiasi sforzo per comprendere distrugge l’oggetto al quale ci eravamo dedicati, a profitto di un oggetto la cui natura è diversa; esso richiede da parte nostra un nuovo sforzo che annulla a profitto di un terzo, e così di seguito fino a che non accediamo all’unica presenza durevole, che è quella in cui svanisce la distruzione fra il senso e l’assenza di senso: la stessa da cui eravamo partiti”. Il solo rifugio è la contemplazione di ciò che non è lo stesso, del radicalmente altro. Il dialogo reso fin troppo possibile dalla tecnica del linguaggio è sempre lo stesso da sé a sé. La scoperta è il genocidio perpetrato dall’uomo nel tempo e nello spazio e non solo quello tra un popolo e l’altro che pure ha sempre una fine, per poi ricominciare con altri popoli o tra gli stessi popoli, ma quello eterno, ininterrotto tra il genere maschile e quello femminile non sembra avere fine anche là dove si pensa che la civiltà sia migliore. In un certo senso possiamo verificare ciò che Freud chiama “il tormento del lutto”, che intreccia riti ossessivi e temi mitici attorno all’oggetto perduto. L’orrore dell’olocausto di genere viene arricchito dalla inadeguatezza dell’agire dei magistrati. In una valutazione etnografica la categoria dei magistrati potrebbe essere rappresentata, dato il potere assoluto che ogni singolo possiede e la categoria tutta intera, come portatrice dei mali capitali dell’uomo: la superbia, l’indifferenza, l’ipocrisia.

Grossolani errori, disattenzioni imperdonabili, tenace approssimazione, ingiustificata arroganza costituiscono in gran parte il lavoro dei magistrati, senza elencare le condotte rilevanti sul piano penale in ordine ai reati più offensivi per gli utenti del servizio giustizia: concussione, corruzione, abuso di potere, diffamazione, ingiuria, atti persecutori. Dopo l’abolizione della pena di morte avrebbero dovuto assumere con la toga un comportamento più mite, più dubbioso, più votato all’umiltà, un atteggiamento saggio volto a comprendere l’infinita varietà dell’animo umano conscio ed inconscio senza pregiudizi. Quando il condannato conosce la morte non può più svelare la propria innocenza. Diversamente, passando la vita in carcere può capitare di dimostrare la propria innocenza ed allora sarebbe intelligente cancellare la superbia e l’arroganza.

È vero che sovente il magistrato apre il fascicolo e si trova alla prese con un mondo in cui tutto gli è estraneo e spesso ostile, venendo da un ambiente dove allignano l’onestà e la lealtà scritte nel battesimo ricevuto, ma proprio per questo il suo io migliore dovrebbe invitarlo a negare ogni forma di superbia, dovendo giudicare per la responsabilità della funzione e per la vocazione del suo compito e della sua missione, dovendo anche piegarsi con triste consapevolezza al marchio dell’impotenza e della rassegnazione. Una assenza totale di quella umiltà colta, di quella conferma di dichiararsi vassallo di quelli che l’hanno preceduto con la lode, di respingere nell’oblio quelle dichiarazioni palesemente errate, che sono solo la vergogna di non essere all’altezza del compito. L’arroganza nasconde l’incapacità di accettare l’altra verità, quella che non può essere esternata, che deve restare celata al volgo e all’inclito, quella narrata mirabilmente da Pirandello, che non hanno letto o non hanno capito e che non può essere detta. Una pedagogia deleteria, nociva per l’insegnamento e l’educazione dei giovani che non imparano a muoversi, a parlare, a conquistare coscienza di sé e autonomia, a ricordare in positivo e ad essere felici.

All’esame per accedere alla carriera in magistratura dovrebbero portare come testo “L’Emilio” di Jean Jacques Rousseau (1762), solo quale illustre precedente di come si dovrebbe essere e non si è. Un insulto al genere umano sia nei confronti di coloro che sono parti nei processi e nelle cause e sia di coloro che non lo sono, ma ne subiscono gli effetti collaterali e ne acquisiscono il modello di comportamento nel quotidiano. Il totem del rispetto della legge nella applicazione del suo fallibile interprete e l’isteria del comportamento conseguente altro non sono che proiezioni della categoria dei magistrati per difendere la stessa e nascondere i sintomi di una malattia refrattaria a interpretazioni unificanti.

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Nov 28

FEMMINICIDIO, BOLDRINI E BOSCHI ANCORA NON CI SIAMO

Orizzonte forense periodico on line

 direttore responsabile: Carlo Priolo                                      28 ottobre  2016

FEMMINICIDIO, BOLDRINI E BOSCHI ANCORA NON CI SIAMO

L’acustica è colma di promesse, di iniziative da attivare, di gridate reprimende, di un silenzioso senso dell’orrore, di disapprovazioni scritte sul volto. Un dichiarato impegno per un impegno quotidiano contro la violenza di genere, in difesa delle donne, per l’affermazione dei loro diritti alla parità. Sovente si tratta di astratti furori o di visioni future di cambiamento della c.d. “mentalità”, meglio del modello antropologico culturale. Tutto molto bello, tutto molto giusto. Forse sarebbe migliore un silenzio del fare, considerato che le parole di riconoscimento verso la donna sono già state dette 500 anni fa forse da Shakespeare, forse da Anonimo: “in piedi, signori, davanti ad una donna”. La presidentessa della Camera dei Deputati On. Laura Boldrini e la Ministra On. Maria Elena Boschi sono le testimonial delle giornate per le donne, dell’8 marzo, delle celebrazioni, delle marce e manifestazioni in memoria di mogli, mogli separate, fidanzate, compagne, amiche ed anche di quelle povere vittime ignare di aver suscitato passioni travolgenti, senza neppure conoscere lo sconosciuto innamorato, che ha dato seguito al suo immaginario fidanzamento con una firma di sangue. Le nuove icone del riscatto al femminile, della dichiarazione fulminante, dell’impegno a ricercare una possibile soluzione per la riduzione del danno, o almeno a limitare il fenomeno del c.d. femminicidio, che comprende ovviamente non solo i cruenti decessi, forse hanno sottovalutato almeno in parte il problema della pur minima prevenzione per quelle donne ancora in vita.  Gli omologhi delle due icone nazionali al maschile si affrettano ad informare che denunce sono diminuite ed il fenomeno sembra abbia registrato una inversione di tendenza, dimenticando che molte donne non denunciano più, considerato che gli effetti della denuncia sono tutti negativi e la protezione è pari a zero. Non solo, il maltrattatore, il potenziale femminicida rimasto impunito e neppure sottoposto a misure cautelari diventa più arrogante e pericoloso, considerato, altresì, il clima di omertà e paura che scatta quando concretamente i testimoni devono dichiarare di aver visto e sentito. E’ di ieri che un bambino di 10 anni è stato condannato dal giudice minorile e dalle sue cortigiane, psicologa forense e curatore speciale, a vivere in un lager di Stato, conosciuto come Casa Famiglia, su richiesta del padre, impunito maltrattatore e violento torturatore di madre e figlio (tra gli altri delitti, per un episodio di violenza avvenuto nel lontano 2013, che è ancora in fase di indagine, la denunciante, madre del piccolo, 3 giorni fa è stata accusata del reato di calunnia dallo stesso magistrato che dovrebbe indagare sulle violenze). Il nonno appresa la ferale notizia è morto per infarto cardiaco fulminante. Il padre somministra al figlio celiaco alimenti contenenti il glutine ed il giudice minorile sostiene che la madre sia “simbiotica” ed “alienante”, tale da mettere a rischio psicopatologico il minore e per il suo bene deve essere strappato all’affetto della dolce mamma. Oltre a questo orrendo crimine il padre, il Giudice e le cortigiane mettono a rischio la salute e l’incolumità del bambino. Sembra sia il cambiamento. Come predica il santo padre è l’anno della misericordia. Nessuno è al di sopra di ogni sospetto e quando si tratta di minori la corruzione viaggia ad alto valore aggiunto. Lo strapotere di alcuni magistrati genera l’orrore e consente che consulenti corrotti possano praticare impuniti la frode sulla vita di bambini e mamme. Non serve più la dazione di denaro, oggi la corruzione si avvale dello scambio di favori, così può essere facilmente occultata. Non è cosi assurdo ed incomprensibile come appare. Si tratta di un sistema di scambio di favori, incarichi e nomine molto lucroso. Un amalgama di gruppi e sottogruppi di consulenti, esperti sempre gli stessi, che prendono gli incarichi per gestire in proprio la vita di minori e genitori, formulando diagnosi di patologie psicologiche, con un coup de foudre  di immediata introspezione o con qualche ora di colloquio, comminando psicoterapie, minacciando sanzioni terribili, quali collocamento di figli minori in casa famiglia o c.d. strutture, distacchi traumatici di bambini dai genitori sulla base di accordi sottobanco con psicologi ed avvocati della parte che deve essere favorita. Un sistema di corruzione che non ha bisogno della dazione di denaro, ma si avvale dello scambio reciproco di incarichi e nomine, che vengono ampliate con il subappalto di psicoterapie, aiuti psicologici, mediazioni familiari, sostegni alla genitorialità, aperture di spazi di ascolto a cooperative ed associazioni amiche o professionisti esterni con pagamento di fatture da migliaia di euro ad enti senza fine di lucro o parcelle da capogiro. Commistioni e profitti illeciti: cifre pesanti, metà in nero e metà fatturate chiede la consulente di parte (CTP), che assicura di conoscere bene e lavorare da molto tempo con la consulente nominata dal giudice (CTU), collega ed amica. Servizi omnicomprensivi, dunque, prendi e dai. Una gravissima commistione di interessi tra periti d’ufficio e periti di parte, nella quale l’unico collante è dato dal perseguimento di profitti illeciti in danno dei minori e dei loro genitori, come pure della collettività. Un sistema corruttivo occultato da formulette prestampate secondo teorie e orientamenti psicologici di incerta fonte e prive di qualsivoglia valore scientifico e che, in ogni caso, invadono il campo della psichiatria e neurologia, che sono di competenza del medico. Le vittime di questa carneficina ad alto reddito sono i bambini verso i quali tutti si spendono a parole di volerne il massimo bene e la migliore collocazione. Un giro di affari sporco ed indegno perché fondato sul dolore e la sofferenza dei minori e dei genitori. Il problema che siano cambiati i tempi per le modalità della corruzione non li tocca; a loro non interessa, perché l’amore dei genitori per i figli non muta nel tempo, è sempre al massimo ed il ricatto ha vita facile. Questi orribili sciacalli sono decine di volte peggiori dei signori del sistema illegale degli appalti sulle grandi opere pubbliche. Anche gli onesti sanno, ma lo raccontano in privato per negarlo in pubblico, lo sanno ma non lo sanno. Una connivenza dormiente, in quanto è più conveniente tacere, perché alla fine qualche incarico può sempre arrivare. La spartizione degli incarichi segue la regola: profitti per tutti per non creare attriti. Affinché il sistema degli incarichi e delle nomine continui a garantire guadagni illeciti a psicologi forensi, tutori, curatori speciali, educatori, mediatori, negoziatori ed cooperative ed associazioni legate a questi o dove i consulenti sono organici all’ente che si configura senza fine di lucro bisogna che ogni operazione e ogni attività si svolga con l’accordo di tutti, senza recriminazioni e senza fibrillazioni, con ricavi in proporzione ed in modo equilibrato per tutti. Solo in questo modo il sistema corruttivo rimane impermeabile ai controlli, giacché tutto appare formalmente in regola e ciascuno può trarne il proprio profitto, fatto anche di successo professionale e di visibilità. Poi accade che c’è un morto ed un bambino torturato da anni, prigioniero delle consulenti del giudice minorile, sfregiato dei suoi diritti, annullato nella sua identità, abbattuto nelle sue aspirazioni e vocazioni, nel silenzio e nella compiacenza di coloro che dovrebbero tutelarlo e proteggerlo, chiede giustizia, facendo appello al nonno materno deceduto nello sforzo di salvarlo dall’orrore e dall’abisso. Ha ragione Sant’Agostino: “i morti non sono scomparsi ma solo assenti e sta a noi vederli effettivi e ammonitori sulle quotidiane cadute”.

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