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Nov 11

CITTADINI SILENZIOSI

Quella moltitudine che non è “gente”, che non cinguetta nel blog della politica, che non partecipa al dibattito twitter, che non va neppure a votare, che non è tra i 4.667 che non hanno espresso la preferenza per Rodotà alle quirinarie, che non partecipa alle intelligenze della piazza, che non è collegata con gli studi TV in diretto colloquio con Santoro, Travaglio, Floris, Del Debio, Vespa, che non è intervistata da Fazio e dalla Littizzetto, dalla Annunziata, chi è?

Sono quei 44 milioni di aventi diritto al voto; sono quei 30 milioni che votano. Sono quelli che lavorano, che concorrono a formare il Reddito Nazionale (PIL), che pagano imposte e tasse, che hanno servizi inefficienti dall’Amministrazione Pubblica, che sono disoccupati od occupati (più lavorano meno stanno bene). Sono quelli che non suonano i tamburi della pubblicità politica, che subiscono le intemperanze della piazza, che non partecipano alla guerra tra bande, che non sono casta, che sopportano l’insicurezza e il degrado nelle strade della propria città. Sono quelli che rispettano le forze dell’ordine, che si comportano da cittadini responsabili e civili, che sono sopraffatti dall’invasione dei poveri del mondo, che lamentano l’assenza di una Giustizia efficace, che non partecipano alle dispute tra nuovo e vecchio, tra progressisti e conservatori, tra uomini e donne. Il c.d. confronto-dibattito di questi giorni, che ha occupato le pagine dei giornali, di altissimo interesse per i cittadini silenziosi, è stato l’interrogativo “perché no Rodotà”. La questione poteva essere chiusa con due parole “perché sì”. Quali sarebbero i meriti nazionali del Prof. Rodotà (persona certamente degnissima), non noti alle cronache, per poter essere eletto dai 1.007 grandi elettori, ognuno con una propria identità, con una propria testa, con un singolo modo di giudicare e valutare, non è dato sapere. I grandi elettori (questi non altri) hanno deciso di non eleggerlo alla carica di Presidente della Repubblica. Vuol dire che quella parte che lo voleva Presidente non è riuscita a convincere la parte che non voleva votarlo. Quando il consenso degli elettori schizza al 25, 6% si inneggia alla vittoria, parimenti quando si ferma allo 0,7%, come per i radicali, bisogna ammettere di essere stati somari. Tutto qui. Alcuni hanno deciso liberamente di non eleggere il Prof Rodotà e di eleggere di nuovo Napolitano. Traditori, franchi tiratori, ipocriti, facilitatori dell’inciucio, cospiratori, disonesti, militanti privi di coraggio. Tutte idiozie che servono ai vari commentatori, ai truffatori della chiacchiera, ai mercanti dell’informazione per giustificare la loro presenza, il loro lauto stipendio. Come sanno bene, la funzione della informazione é altra cosa e sono pochi quelli che agiscono nel solco della completezza delle notizie, evitando i commenti di parte. L’espressione del voto è sacra, quale che sia la scelta, ed è l’unica arma di cui dispone il singolo per far sentire la sua voce, esprimere le sue convinzioni. Nel segreto dell’urna o a viso aperto è la stessa cosa. Esprimono il voto, punto. Posso anche affermare di voler votare per Priolo, poi quando mi trovo con la matita in mano mi viene alla mente un dubbio, un episodio e traccio il segno su un altro nome. Poi posso anche pentirmi, come tanti che hanno votato per M5S. Vergogna, è uno schifo, la restaurazione, un pericolo per la democrazia sono altrettante espressioni demenziali di coloro che non condividono la scelta degli elettori-cittadini per i quali dicono di volersi immolare.  E’ il bello della libertà, la morte del pensiero unico, l’abiura del gregge ubbidiente, la fine delle fallimentari ideologie, la vittoria della incertezza della soluzione. La coerenza è la virtù degli imbecilli sosteneva Oscar Wilde. Viva il dubbio come insegnano Descartes (Cartesio) e Kant. I militanti dovrebbero capire che la politica non è l’appagamento dei propri desideri, di quello che si vorrebbe, della vittoria a tutti i costi. Sono un po’ come i tifosi della squadra del cuore. Il meccanismo psicologico è lo stesso: si esaltano quando vince, sono disperati quando perde e decidono di non amarla più, per riamarla se vince una partita. Non capiscono che costituiscono una esigua minoranza di fronte alla massa di milioni di cittadini che votano per un partito e non partecipano al pianto e alle feste a seconda dei risultati. Le motivazioni del voto degli elettori sono molteplici e sovente non coincidono con quelle dei militanti, con quelle dei tesserati. L’unica azione intelligente dei tesserati dovrebbe essere quella di  accettare le scelte degli altri tesserati che sostengono soluzioni diverse ed essere meno violenti di quelli dei centri sociali, dei collettivi autonomi universitari. Dico a tutti questi Signori, a tutta questa brava “gente”, a tutti questi “cittadini” con la C maiuscola, volete fare politica? Bravi, iscrivetevi ad un partito, quello che meno vi fa schifo, imparate a lottare dentro con opere ed azioni, imparate a superare le resistenze interne di altri come voi, tentate di far trionfare i vostri programmi, le vostre soluzioni. Se non riuscirete, non deludetevi, avrete imparato a conoscere la realtà, quella vera, non quella raccontata dai giornali o dalla TV, non quella appresa dalle grida della piazza, non quella immaginaria dei racconti e dei films. Tutta la c.d. base che protesta nelle sedi periferiche del P.D. faccia mea culpa, considerato che per anni ha applaudito ai Santoro, ai Travaglio, ai Floris, ai Fazio, alla esperta Annunziata, che ha letto “La Repubblica”. Il Bersani di turno non è un monarca. Si trova al vertice di un partito non per volere divino o perché erede del re morto. E’ stato eletto da Voi tesserati e militanti che non avete proferito una parola di dissenso ai vostri dirigenti di riferimento. Avete solo applaudito senza coraggio. Allora io vi dico continuate ad applaudire e prima di criticare contate fino a dieci. Le responsabilità non vanno ricercate in Bersani (come tutti i dementi sostengono), che ha impersonato il volere della base, di alcuni maggiorenti del partito. I veri traditori non sono i 101 che non hanno votato Prodi, sono quei finti contestatori di base del P.D.,  che hanno sempre applaudito in tutte le sedi alle parole di fuoco, alle discutibili azioni della Magistratura contro il Maligno, senza alzare mai la voce contro le alleanze del partito, vedi Vendola, contro le ricette economiche e politiche, contro la modalità suicida di condurre il confronto politico. I talent show della rottamazione sono avvisati alla prossima tornata elettorale, tutti i vecchi rottamati torneranno in Parlamento ringiovaniti, un po’ selezionati, perché sono i migliori. L’agire politico non è un concorso per sommelier, la ricerca di un primato per diffamatori di professione, per patetici difensori del bene comune. La nuova generazione hipster parlamentari dell’attacco al Palazzo, di giovanissimi stellari portatori del nuovo, del cambiamento non sono altro che una sbiadita fotocopia risalente nel tempo ai colti extraparlamentari con la P 38, ai pacifici figli dei fiori, alle manifestazioni studentesche del mitico “68, alla lotta spietata ai baroni collocati nelle Istituzioni. Contemporanei e retrò allo stesso modo. Gente da record mondiale dell’annientamento del conservatorismo, della dissoluzione di tutti i rituali della “vecchia” politica. Pattuglie di sprovveduti e falliti militanti di ultime file di antichi partiti e movimenti riciclati nella macedonia, con panna, grillina; affiliati per caso al genio della comunicazione politica, anzi a due; si sono svegliati e si sono trovati catapultati in Parlamento. Nati nel web tra un giusto risentimento verso una gestione pubblica deludente ed una inconcludente vecchia ripetizione di slogan demenziali ed analfabeti. Come in una azienda privata anche nello Stato (Parlamento, Governo, enti pubblici territoriali e non territoriali) il board deve essere di qualità indipendentemente dal sesso. Insomma niente di nuovo, le stesse sciocchezze che balbetta il leader di rivoluzione civile Antonio Ingroia, un altro che ha pensato che, sapendo fare un mestiere, automaticamente si può fare il politico senza apprendistato.

 

Carlo  Priolo

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