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Nov 17

I magistrati applicano la legge

L’OPINIONE

Quotidiano delle libertà

I magistrati applicano la legge

di Carlo Priolo   17 novembre 2015

06-giudici-i 17.11.2015La Magistratura è tenuta ad applicare la legge, questa la risposta dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) al Ministro dell’Interno Alfano, che ha dichiarato: “noi con le nostre forze di polizia gli abbiamo arrestati (alcuni antagonisti che hanno aggredito gli agenti di polizia). I Magistrati li hanno scarcerati, l’opinione pubblica giudicherà. Una risposta tanto insolente ed irrispettosa per quanto ovvia, che non invita al confronto ed a realizzare le riforme alla disastrata amministrazione della Giustizia italiana.

Scrive il Prof. Ainis sul Corriere della Sera dell’11 novembre (Assolti? C’è sempre un però): “la Giustizia ci ha deluso e in effetti la storia è costellata d’errori giudiziari”. Alla dichiarazione della ANM è pure difficile replicare, atteso che tutti sono tenuti ad applicare e rispettare le norme, tant’è che è prevista una sanzione per chi le viola. Forse il GIP, che ha disatteso la proposta del P.M., ha ragione nel non aver applicato delle misure cautelari nei confronti degli indagati, ma proprio il documentato eccesso di discrezionalità di molti Magistrati nell’applicazione delle norme al caso concreto, avrebbe dovuto invitare i vertici del sindacato dei Magistrati a non percorrere le stesse vie fallimentari dei sindacati dei lavoratori. Appare utile ricordare che la sentenza (penale e civile) è un prodotto finito privo di qualsiasi beneficio, un impatto costantemente negativo sulla vita dei cittadini, sulle loro abitudini, sul mondo del lavoro e sull’ordine pubblico.

Assente qualsiasi innovazione, un eterno Medio Evo, ed in qualche caso nel concreto agire signoreggia una sorta di Inquisizione (ad abolendam diversarum haeresum privatatem), che fa percepire la Magistratura come una sacra congregazione dell’infallibilità del Magistrato. Inconsapevolmente le sentenze aumentano le discriminazioni e non le riducono. Per il bene comune ed anche per la categoria che difendono e tutelano i vertici della Magistratura dovrebbero fare pubblicamente coming out, ponendosi dalla parte delle riforme e della rinascita del Sistema Giustizia e non si tratta del processo telematico che pure è utile. Se si agisce per il bene dei cittadini e per la tanto esaltata democrazia bisognerebbe ascoltare la voce del popolo sulla disaffezione nei confronti della Giustizia.

Ci sono fatti orribili che accadono soprattutto a donne e bambini, i più indifesi, e coloro che hanno le più alte responsabilità devono preoccuparsi di far emergere la verità; hanno il dovere di denunciare il malaffare dovunque si annidi, devono solidarizzare con chi soffre e subisce ingiustizie anche contro i propri colleghi che non sono all’altezza del compiuto. Per non essere irresponsabili occorre avere una dose di coraggio personale e non soltanto applaudire quello degli altri. Ammettere le proprie colpe è un atto di coraggio. La storia, che poco insegna, ci segnala che la vera rivoluzione è quella della Giustizia. Gli imperativi del potere giudiziario vengono emanati da una posizione dominante, la cui legittimazione non può essere assicurata soltanto dalla legge né dalla possibilità di appellare le decisioni, ricorrendo allo stesso corpo istituzionale di secondo grado, dove accedono per anzianità quelli del primo grado.

Nelle relazioni sociali la posizione dominante, il potere, può svilupparsi in un salotto come nel mercato, dall’alto di una cattedra in un’aula scolastica, alla festa di un reggimento, in una relazione erotica o di carità, come in una discussione scientifica e nello sport. Tuttavia, è di facile comprensione che due sono i poteri che maggiormente influiscono sui dominati. Il potere costituito in virtù di una costellazione di interessi e il potere costituito in virtù dell’autorità (il potere di comando e il dovere di obbedienza). Il tipo più puro di potere del primo tipo è rappresentato dalle posizioni dominanti in economia (monopolio, oligopolio, concorrenza imperfetta, concorrenza monopolistica, cartelli, enti economici pubblici ecc…), mentre il secondo tipo viene generalmente individuato dal potere del pater familias, ormai caduto in disgrazia, dal potere dell’ufficio, la c.d. burocrazia, e dal potere del Magistrato, autonomo ed indipendente e quando impreparato un po’ sultano.

A quest’ultimo corrisponde un dovere di obbedienza che viene preteso a prescindere da ogni motivo o interesse del singolo Magistrato, salvo quello appunto della impersonale applicazione delle norme, che sovente, per come è organizzata l’amministrazione della Giustizia in Italia, può determinarsi in vere e proprie forme di tirannia sostenute dalla falsa applicazione del principio che la legge è uguale per tutti e difesa dall’insostenibile criterio che le sentenze non si commentano. L’applicazione della norma al caso concreto può generare una sorta di diffusa ingiustizia per una serie di fattori tra i quali spiccano la diversa capacità di difesa, la specificità delle condizioni particolari dei dominati, l’incompetenza degli ausiliari del Giudice, la ricorrente falsità delle perizie, il potere assoluto, autonomo ed indipendente, di ogni Magistrato, che agisce di fatto senza controlli e verifiche, sciolto da qualsiasi vincolo, anche quello gerarchico, presente in tutti i contesti istituzionali.

Mentre nel potere economico, pur se la costrizione appare evidente, i concorrenti e gli acquirenti non hanno il minimo dovere di subire questo potere, diversamente nel potere autoritario dell’ufficio (amministrazione pubblica allargata) e del Magistrato coloro che sono ad essi sottoposti assume una condizione di subordinazione, secondo un rapporto autoritario di dovuta obbedienza. Un formale, coercitivo assoggettamento non, come banalmente si sostiene, al principio che la legge è uguale per tutti (quella scritta nei codici), ma a quella applicata dal Magistrato che agisce in totale solitudine, forte di un potere assoluto. Ciò può costituire anche un bene se il Magistrato possiede le virtù dell’onestà, dell’intelligenza, della competenza, della saggezza, della laboriosità. Ma se non possiede queste virtù allora il sommo principio che la legge è uguale per tutti può tradursi nel contrario che la legge è diseguale per tutti.

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